Presidenti delle Camere e la “sindrome di Bombolo”

La migliore battuta della giornata post voto è quella di Massimo Bordin, nella rassegna stampa del 6 marzo 2018: leggendo il carosello dei nomi candidati alla presidenza delle due camere, Bordin non ha potuto trattenersi dal manifestare il proprio pensiero, richiamando le storiche smorfie di Bombolo (al secolo Franco Lechner, il noto caratterista della commedia italiana degli anni Settanta). Una citazione da cinefilo, per pochi certo, ma carica di significato politico.

Per evitare che la sindrome di Bombolo non diventi il leitmotiv della XVIII legislatura, è necessario riflettere attentamente sul punto: l’importanza cruciale dell’elezione, e del ruolo, dei presidenti di camera e senato.

Nelle democrazie parlamentari è normale assegnare questo ruolo a un esponente della maggioranza: nulla di scandaloso, perché il presidente d’assemblea deve essere il garante dell’attuazione del programma di governo in parlamento e, al contempo, il custode delle prerogative della minoranza in dialettica con la maggioranza, secondo il diritto parlamentare.

Nella prima repubblica italiana, si era andata affermando la prassi che almeno una presidenza d’assemblea fosse dell’opposizione: quando si affidava al PCI, questa concessione era una sorta di compensazione della conventio ad excludendum, per l’integrazione di quel partito nella politica di governo, dal quale era sistematicamente escluso.

Nella seconda repubblica, invece, la presidenza è stata espressione delle forze che avrebbero costituito i governi. Questa possibilità era facilitata dal sistema elettorale vigente prima del 2018, che permetteva al corpo elettorale di predeterminare col voto la maggioranza e il governo. In questo modo l’Italia sembrava allinearsi alle tendenze del parlamentarismo europeo.

Nella prassi italiana – molto lontana da quelle regole che, i vecchi autori, avrebbero chiamato di “correttezza costituzionale” – i presidenti d’assemblea eletti con i voti della maggioranza hanno, spesso e volentieri, fatto dello scranno e della visibilità connessa alla funzione un uso personale e contromaggioritario. In quest’ultimo caso, non nel senso alto del termine, in uso nell’esperienza americana, ma in quello letterale della tendenza ad assumere indirizzi e azioni contro la propria maggioranza. Cantori interessati di una mitica democrazia parlamentare, hanno coperto questa patente deviazione dalle regole di correttezza costituzionale parlando del legittimo esercizio di una funzione di garanzia. Proprio con questo spirito di garanzia, infatti, molti presidenti hanno sovente esercitato una funzione oppositoria in parlamento, o, addirittura, sono scesi in campo, guidando un proprio partito nelle elezioni, contro la maggioranza che li aveva eletti, e contro il partito al quale erano iscritti.

La prassi parlamentare dell’elezione dei presidenti di assemblea, nella sua ambiguità, va ad accrescere l’elenco delle anomalie del diritto costituzionale italiano. Basti riflettere sulle conseguenze di un’elezione che, oggi più che mai, viene fatta sostanzialmente al buio, senza sapere se e quali saranno la maggioranza parlamentare, l’opposizione e il governo. Però, la decisione sulla seconda e sulla terza carica dello Stato è, banale dirlo, essenziale e delicatissima.

In assenza di una maggioranza parlamentare precostituita dal voto o a partire da quest’ultimo, sarebbe opportuno evitare gli errori del passato e avere la lucidità e il fair play di trovare soluzioni istituzionali adeguate.

Il requisito minimo è il possesso di una comprovata esperienza parlamentare del candidato alla presidenza dell’assemblea. Non basta saper leggere la costituzione e, forse, un regolamento parlamentare, per poter vantare il diritto costituzionale a quella carica.

Il secondo requisito deriva dal contesto politico attuale e eccezionale. In assenza di maggioranza parlamentare e poiché questa se nascerà si formerà molto dopo, sarebbe opportuno scegliere un candidato non politicamente connotato, quale esponente di rilievo di una delle principali forze politiche in campo. Una sorta di “tregua istituzionale” tra tutti i partiti, infatti, dovrebbe condurre a scegliere non solo un parlamentare di lungo corso e possibilmente saggio, ma un esponente “terzo”, che sia capace di svolgere in Aula, in conferenza dei capigruppo, nelle esternazioni, un ruolo di costante moderazione personale e di garanzia degli equilibri politici tra le forze di maggioranza e di opposizione.

 

 

 

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