Il governo 5 stelle “della non sfiducia”, e un PD senza Craxi

Bologna 9 marzo 2018.

Nell’impossibilità di formare un governo per assenza, almeno per ora, di una formula politica, ossia di una maggioranza di governo, prende quota l’ipotesi di un governo di programma.

La soluzione non è nuova, si richiama il “precedente” del III governo Andreotti, nato, dopo le elezioni del 1976, il 29 luglio. Come ricordano quelli della prima Repubblica, si trattò del primo (e unico) caso di un governo della non sfiducia, perché il monocolore della Democrazia cristiana, senza maggioranza parlamentare, si reggeva sull’astensione dei maggiori gruppi parlamentari (Pci, Psi, Pri, Psdi, Pli; contrari furono solo i missini, i radicali e i demoproletari).

Nella primavera del 2018, il governo della non sfiducia dovrebbe essere guidato da Di Maio e i Cinque Stelle, con l’astensione benevola dei gruppi sensibili al “supremo interesse della Repubblica”.

Vale la pena ripassare un po’ di storia. Il governo della non sfiducia di Andreotti del 1976, anche per la presenza di due tecnici (Rinaldo Ossola e Tina Anselmi, la prima donna ministro), venne bollato da Pietro Nenni come un modo di ridurre la politica a pura tecnica. Il professore Silvano Tosi dell’Università di Firenze lo qualificò un’assurdità costituzionale. Il punto vero, però, era che il governo della non sfiducia aveva una sua ragione politica essenziale: costituiva una prima, concreta, risposta alla proposta di compromesso storico, cui stavano lavorando da tempo Enrico Berlinguer e Aldo Moro. Con la sua nascita, il governo della non sfiducia rompeva definitivamente la conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti, che, dal mese di maggio 1947, aveva separato i partiti di area democratica, legittimati a governare, e quelli antisistema (missini e comunisti), condannati all’opposizione. L’acuirsi della crisi economica e, soprattutto, la violenza delle Brigate rosse, portarono, dopo la crisi di quel governo, al varo di un più avanzato accordo programmatico, per una vasta area democratica che comprendeva, insieme a Dc, Psi, Psdi, Pri, proprio il Pci (11 marzo 1978). Aldo Moro aveva parlato dell’esigenza di passare dal governo delle astensioni, al governo delle adesioni, rivolgendosi proprio ai comunisti. Il rapimento del Presidente della democrazia cristiana da parte delle BR (16 marzo 1978), portò al voto di fiducia, in poche ore, a quello che venne detto il governo della solidarietà nazionale (il IV guidato da Giulio Andreotti).

Il precedente del 1976 è stato un caso unico proprio per il contesto politico che lo aveva giustificato. Il compromesso storico, nelle intese dei due leader politici che lo avevano tessuto, doveva preludere all’alternanza tra i due principali partiti di quella stagione politica. Il presupposti costituzionali erano, del resto, già stati dettati: nel 1971 si approvarono i primi regolamenti di Camera e Senato, che disegnavano una mitica centralità del Parlamento (che significava centralità di tutti i partiti e convergenza di Dc e Pci); negli anni Settanta nascevano le regioni, cosa che rendeva concreta, e non più temibile, un’esperienza di governo diretta da parte delle sinistre, comunisti in testa, nelle cosiddette regioni rosse; nel 1976 entravano in parlamento i radicali i quali, portavano così “dentro il Palazzo” la linea “contro il regime” che avevano sperimentato con successo, soprattutto, nel referendum sul divorzio (1974) e in quello appena proposto sull’aborto (che, con lo scioglimento anticipato delle camere, aveva subito, come per il divorzio nel 1972, una seconda volta l’opposizione di una “convenzione antireferendaria”), rispetto alla quale occorreva uno sforzo trasversale di forze politiche fino a quel momento separate nel governo.

Insomma, nel 1976 vi erano tutte le condizioni per sperimentare un vero e proprio governo di assemblea – in questi termini era il dibattito sulla stampa dell’epoca – dominato, cioè, dai partiti e dalle convenzioni parlamentari tra i gruppi egemoni.

Quale significato potrebbe avere oggi un governo della non sfiducia a guida 5 stelle? Nonostante tutto, il Movimento di Di Maio non è la Democrazia cristiana, quel partito della Nazione che aveva garantito l’equilibrio, interno e internazionale, necessario alla sopravvivenza della Repubblica (basta guardare alle tre italie nate il 4 marzo). Nello schieramento parlamentare eletto il 4 marzo 2018, del resto, manca un partito che possa essere considerato, come il Pci, vittima di una conventio ad excludendum che sarebbe necessario superare per includerlo nell’area di governo. L’unica similitudine è che un governo della non sfiducia, oggi, avrebbe senso in quanto governo di programma e senza formula politica; un governo di assemblea, più che un governo comitato direttivo di una maggioranza (un governo non ci sarebbe se non caso per caso, provvedimento per provvedimento).

Un governo condannato ad una permanente precarietà. Un simile governo della non sfiducia, in fondo, non è che l’esito scontato di una legge elettorale che priva i cittadini del diritto di predeterminare una formula politica e quindi una maggioranza di governo. Dopo il 4 marzo molti dicono di avere “vinto”, ma, in realtà, nessuno ha vinto, perché nessuno (partito o coalizione) è autosufficiente. Il governo che nascerà non sarà di nessuno dei tanti vincitori del 4 marzo.

Un governo della non sfiducia, però, potrebbe forse essere utile: non solo per evitare il ritorno alle urne, ma per individuare un programma minimo di cose da fare. Ma quali? Il problema è proprio questo: quel che insegna l’esperienza del III governo Andreotti è che un governo delle astensioni non è un mero schema tecnico, ma un mezzo eccezionale per un obiettivo politico fondamentale. In quel caso, la completa legittimazione democratica del Pci, e il suo pieno riconoscimento come forza possibile di governo (contro cui, proprio le forze estreme di sinistra, fecero tutto il possibile perché non accadesse!). Quale sarebbe, invece, il fine politico superiore di un governo delle astensioni oggi? Per me è chiaro: riscrivere le regole del gioco, a partire dalla legge elettorale, per un’alternanza autentica di forze democraticamente elette.

Una cosa mi pare, tuttavia, che non si sia colta fino in fondo. La posizione del Partito democratico. Paradossalmente, per eterogenesi, sembra avvenuto ciò che avrebbe voluto Matteo Renzi: essere il Pd il partito destinato a dare le carte della XVIII legislatura. Il risultato ci ha detto che di sicuro non sarà Matteo Renzi a darle. Ma il Pd?

Il fatto è che la posizione dei democratici è del tutto strategica per formare qualsiasi governo. È il Pd che può essere decisivo per un governo coi 5 stelle, o per un governo con le destre. In queste ore si stanno muovendo tutte le possibili pedine all’interno di questo partito e probabilmente ne vedremo di tutti i colori (nonostante i puristi di ogni risma). Il vero problema è che un Pd centrale nella risoluzione della crisi sconta un handicap: è un partito senza leader. Come insegna la storia della Repubblica, questa posizione cruciale del Pd era quella che aveva il Partito socialista di Bettino Craxi negli anni Ottanta. Il punto era proprio questo, però: quella posizione centrale dipendeva dalla forza della leadership di Craxi.

Come può, oggi, un Partito democratico senza Craxi giocare il ruolo decisivo per la risoluzione della crisi?

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