Mandato ad expectandum (seconda puntata)

Il presidente della Camera ha concluso il secondo mandato esplorativo: l’esito, dice la dichiarazione, è positivo, perché, udite udite, il dialogo tra M5S e PD è iniziato. La verità è che in queste ore il dialogo, se c’è stato, è avvenuto senza una delle parti, perché la decisione di dialogare del PD dipende dalla Direzione del partito, che dovrà stabilire una linea politica. Siamo ancora in alto mare, dunque.

Guardiamo ai profili di diritto costituzionale di questa vicenda.

1) Il mandato esplorativo ha come obiettivo verificare l’esistenza di una possibile maggioranza di governo: da questo punto di vista il risultato è un secondo fallimento. Politicamente, forse, non un fallimento pieno come il precedente, ma tecnicamente è stato un atto senza esito. L’unica conseguenza politico-costituzionale è aver determinato una situazione di attesa: è stato, allora, un singolare mandato ad expectandum. Difficile dire se sia una condizione migliore o peggiore di quella della scorsa settimana.

2) Con il mandato esplorativo sfuma un preincarico al presidente della Camera (come prima a quello del Senato): se l’esito fosse stato davvero positivo, infatti, il mandato esplorativo si sarebbe concluso con una investitura o nei confronti del mandatario o nei confronti della personalità che il mandatario avesse individuato alla fine del suo compito esplorativo. In questo caso, ni l’un ni l’autre.

3) In questa situazione, la risoluzione della crisi ritorna nella disponibilità piena del Presidente della Repubblica. Politicamente e costituzionalmente, tuttavia, attendere la Direzione del PD, potrebbe essere una situazione che, per il Quirinale, è a rischio di sovraesposizione istituzionale. In questa situazione difficile, va detto, il Presidente della Repubblica è stato messo dal Presidente della Camera e, soprattutto, dai due partiti protagonisti della vicenda, M5S e PD. Siamo in un vicolo cieco: provare a immaginare le mosse del Quirinale è come sfidare la cabala.

4) In un regime proporzionale sostanzialmente puro, come il nostro, la democrazia dei numeri fa pagare prezzi elevati. Il primo: l’egemonia dei partiti, non comprimibile neppure dal Capo dello Stato. Il secondo: la totale marginalizzazione del cittadino elettore, che comprende (non tutti ancora se ne rendono conto) la sostanziale inutilità del proprio voto. Il terzo: la perdita di centralità dell’interesse generale, collocato alla mercé delle volubili prospettive partitocratiche.

5) In un post precedente avevo detto che il PD, nonostante il risultato elettorale, è nella condizione politica di essere determinante: ma per svolgere fino in fondo questo ruolo ha bisogno di una chiara leadership. Nella Prima Repubblica, infatti, erano i leader dei partiti a fare e disfare alleanze di governo. Non sono i temi che determinano l’agenda, ma le persone che vogliono e hanno la forza di realizzarli: chi detterà la linea del PD in questa difficile transizione?

6) A complicare il quadro c’è infine la relazione del Comitato di valutazione comparativa dei programmi di M5S, PD e Lega, istituto da Di Maio, e guidato da un professore esperto. Chi avesse voglia di leggere il documento – pubblicato sul blogdellestelle – può notare chiaramente come, pur di trovare qualcosa in comune a M5S, Lega, PD, il Comitato sia stato costretto a usare formule vaghe e generiche. Se si guarda alla sostanza, nel testo c’è tutto tranne che policies, che dovrebbero costituire il contenuto di mediazioni politiche, e non l’opera ragionieristica di un comitato di esperti, come nella migliore delle rappresentazioni della postdemocrazia.

7) Il problema, però, è che quel documento esiste, ed è nelle mani del più burocratico e meno politico dei movimenti (il M5S): come potrebbe Di Maio, il custode della purezza e dell’antipolitica, discostarsene? Conosco l’obiezione: potrebbe tornare al programma elettorale, il cui abbandono repentino è stato contestato dagli elettori pentastellati: abolizione della legge Fornero, abolizione del Jobs Act, reddito di cittadinanza universale… Al di là delle decisioni del PD, anche il M5S si è messo in una strada senza uscita. O propone al PD un programma ragionieristico (il documento dei professori) rispetto al quale non c’è mediazione che tenga, o ritorna all’antico, ma annullando le principali riforme del PD, col quale vorrebbe “dialogare”. Su quale di queste due opzioni la direzione dei democratici dovrebbe costruire l’auspicata adesione ad un dialogo con il M5S?

Annunci

Un pensiero su “Mandato ad expectandum (seconda puntata)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...